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Storia della rete gas a Trieste

Il gas, come fonte energetica, è stato utilizzato anche a Trieste inizialmente per l’illuminazione pubblica per piazze e vie della città, in sostituzione dell’olio combustibile,  e soltanto in un secondo momento per l’illuminazione delle case e gli usi industriali e di riscaldamento sia delle case sia degli stabilimenti.

Nel 1863 il consiglio comunale di Trieste delibera la costruzione di una propria officina per la produzione e la distribuzione del Gas. L’ente creato dal Comune subentra nella produzione del gas ad una società privata francese che aveva iniziato il suo esercizio nel novembre 1846, dopo aver ottenuto dal comune di Trieste l’appalto della fornitura del gas per una parziale illuminazione della città. Nel 1895 è costruito al Broletto un gasometro a tenuta idraulica della capacità di 8000 mc.
Nella medesima località nel 1901 viene costruito un altro gasometro a tenuta idraulica di maggiore capacità (20.000 mc)

Il continuo incremento dei consumi di gas induce l’amministrazione comunale a stipulare nel 1911 un contratto per l’acquisto annuo di cinque milioni di metri cubi di gas prodotto nei forni alimentati a carbon coke della Ferriera di Servola.

Durante la seconda guerra mondiale con la rarefazione delle forniture di carbone, l’erogazione del gas dovette gradatamente ridursi e dopo il bombardamento del febbraio 1945 ogni fornitura di gas venne sospesa fino al gennaio 1946.

Nel 1949 viene costruito sempre al Broletto un nuovo gasometro a secco da 40.000 mc teorici di invaso, costituito da un involucro in lamiera metallica con base poligonale, avente all’interno un pistone metallico zavorrato, dotato di opportune tele di tenuta, lubrificate di continuo con percolamento d’olio sulle pareti interne. L’olio viene sollevato attraverso quattro gruppi di pompaggio posti all’esterno alla base del manufatto.

Nel 1952 viene completamente rinnovato l’impianto di smistamento del Broletto e viene costruita la cosiddetta “Sala Regolatori Gas” alla quale fanno capo tutte le principali adduttrici del gas alla città. Negli anni ‘50 l’allora ACEGAT fornisce mediamente a Trieste 37 milioni di metri cubi l’anno.

Nel 1962 è realizzato un secondo gasometro metallico a secco della capacità di 40.000 mc.

La conversione dell’esercizio da gas manifatturato – monossido di carbonio, prodotto mediante la combustione di carbone in carenza d’ossigeno - a gas naturale – il metano – avviene nei primi anni ‘70 e comporta per l’allora ACEGAT la necessità di intensificare il controllo della tenuta della rete di distribuzione cittadina.
Infatti, per effetto della maggiore pressione di esercizio e dell’azione essiccatrice del metano sui giunti in canapa e piombo delle tubazioni in ghisa grigia, che allora costituivano quasi il 70% dell’intera rete, era prevedibile un sensibile aumento delle perdite.

Un altro aspetto non meno importante della sicurezza, viste le caratteristiche del metano, era legato alla necessità di fornire all’utenza una pressione sufficiente ad assicurare un regolare funzionamento degli apparecchi. C’era la necessità di verificare le portate e controllare la pressione nei nodi più importanti della rete e nelle zone periferiche della città.

L’Azienda per garantire la qualità e la sicurezza del servizio ha adottato inizialmente i seguenti provvedimenti:

  • condizionamento del gas naturale per conferirgli caratteristiche di composizione e di umidità tali da evitare il prevedibile essiccamento delle guarnizioni dei giunti;
  • odorizzazione del gas naturale – il metano allo stato naturale è inodore – in modo da renderlo facilmente percepibile anche alle basse concentrazioni e agevolare la segnalazione da parte dell’utente in caso di perdita;
  • controllo sistematico di tutta la rete con strumenti rilevatori di metano per l’individuazione di perdite dalle tubazioni sotterranee allo scopo di individuare le zone più a rischio;
  • interventi di riparazione delle perdite localizzate più urgenti mediante l’apertura di scavi isolati e l’inserimento di manicotti termorestringenti sui giunti non più a tenuta;
  • controllo sistematico dell’andamento delle pressioni, nell’arco delle giornate più fredde in viari punti significativi della rete;
  • protezione delle tubazioni in acciaio interrate tramite impianti di protezione catodica.

Da una prima analisi dei dati raccolti è stato possibile predisporre un piano generale di intervento e una serie di progetti mirati alla sostituzione e al potenziamento della rete.

A partire dal 1977 sono stati eseguiti, secondo il suddetto piano generale, numerosi interventi di sostituzione, potenziamento ed estensione della rete che ha consentito di poter distribuire il gas metano all’utenza in condizioni di efficienza, funzionalità e soprattutto sicurezza.

Le prime zone interessate a questo tipo di intervento sono state Opicina, Chiadino, Longera, Servola, il borgo Teresiano, e il borgo Giuseppino in quanto la rete di distribuzione del gas era realizzata completamente in ghisa grigia e presentava numerosi punti di perdita dai giunti piombati. Inoltre, per alcune di queste zone, vi era anche la necessità di potenziare la rete di distribuzione per soddisfare le numerose nuove richieste di fornitura, dopo la prima crisi petrolifera.

Per l’esecuzione delle nuove reti sono stati scelti materiali affidabili e soprattutto modalità di posa in opera conformi ai più rigidi criteri di sicurezza.

Pertanto si è deciso di impiegare tubazione in acciaio con giunti saldati e rivestimenti esterni bituminosi pesanti o polietilenici e di installare impianti di protezione catodica, per preservare l’acciaio dalle corrosioni e di effettuare un rigoroso controllo sugli inerti usati per la copertura delle condutture nelle trincee hanno permesso, a distanza di anni, di mantenere in ottime condizioni le opere realizzate. Attualmente sono in protezione catodica circa 380 km di tubazioni in acciai, su un totale di oltre 800 km di rete, sulle quali finora non si sono verificate perdite.

Recentemente, per il risanamento della rete in ghisa ancora esistente e di quella in acciaio no protetta catodicamente, sono state adottate in molti casi le moderne tecnologie di “relining” senza scavo che permettono di ridurre  fortemente l’impatto sulla viabilità, il disagio dei cittadini, i rischi di interferenze con altri sottoservizi, i costi e difficoltà di smaltimento delle vecchie condotte.
Rispetto al risanamento tradizionale (cioè con scavo e sostituzione della vecchia condotta con una nuova) i costi del “no-dig” si traducono in un risparmio del 20-30 %, a cui si aggiunge un contributo alla riduzione dell’uso di inerti naturali (sabbia, ghiaia, ecc.) e quindi alla conservazione del patrimonio naturale.

 
 
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Risultati economici 2015
 
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